Seeing beyond discoveries
Una scoperta destinata a rivoluzionare il mondo, trova nel 1954 grazie a Giulio Natta la definitiva consacrazione con la scoperta del “Moplen” (polietilene).
Un materiale che entrerà nella vita quotidiana e rivoluzionerà usi e costumi di ognuno di noi grazie anche al boom economico che caratterizzerà gli anni 50/60/70. La plastica, comunemente chiamata avrà una diffusione sempre più capillare e utilizzi allora impensabili. Quello che negli anni 50 sembrava una scoperta rivoluzionaria a distanza di 70 anni si è trasformato in una problematica ambientale.
Attraverso il mio obiettivo voglio raccontare il dramma odierno legato alle materie plastiche ed all’inquinamento che ne deriva.
La plastica si ottiene da una sostanza nera e cupa, il petrolio; solamente durante il processo produttivo viene trasformata in un semilavorato ricco di colore, un processo per rendere un prodotto più accattivante e fashion.
Il mio lavoro riparte da quel nero, da quel colore che esprime tutta la drammaticità di quanto ho visto attraverso il mio obiettivo. La plastica avvolge il nostro ambiente, in alcune zone del pianeta basta immergersi in mare per ritrovarsi circondati da questo materiale indistruttibile, il mio racconto inizia da una semplice immersione, un’immersione in un mondo carico di plastica, quello che all’inizio doveva essere uno svago si trasforma in una drammatica esperienza.

La plastica avvolge il volto, lo sommerge, lo sguardo attonito, gli occhi disperati che si
confondono con i tappi stessi, non c’è più divisione tra noi e la plastica. Ne siamo sommersi, pervasi. Una volta immersi ci ritroviamo avvolti, avvinghiati da strati sommersi che impediscono i movimenti e sono negazione della libertà dettata dai nostri mari. Un urlo disperato, di dolore, un urlo di terrore perché il materiale che doveva semplificare la vita in realtà si è trasformato in negazione della vita stessa. Alla fine una mano, disperata, implorante cerca di essere segnale di allarme, un urlo di aiuto per cercare un’ancora di salvezza, ma alla fine la tragedia, emerge la brutalità del viso che è abbandonato senza vita tra i residui di materiale plastico.
Un percorso crudo, diretto, che esaspera la brutalità e la difficoltà del vivere in un ambiente distrutto.
Il mio obiettivo è una denuncia e la mia opera vuole stimolare una nuova rinascita, nella speranza che quella mano che implora aiuto possa riemergere in un mondo migliore.

Anno

2020

Posizione

Ognina di Siracusa

Modelli

Michela Coletta

Cristina Rizza

Matteo Strachan